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Mito, immaginazione e potenza dell’omertà Decostruzione e rigenerazione di spazi generativi nell'analisi di don Leonardo Manuli

Mito, immaginazione e potenza dell’omertà Decostruzione e rigenerazione di spazi generativi nell'analisi di don Leonardo Manuli
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Ho un ricordo quando a scuola il docente di lettere ci faceva leggere e riflettere su un capolavoro della letteratura italiana dell’Ottocento, i «Promessi sposi» di Alessandro Manzoni, un racconto che invitava il lettore a schierarsi e mi ha fatto rivivere la sua sconvolgente attualità. Don Rodrigo, uno tra i protagonisti del romanzo, rappresentava la figura del cattivo, un uomo ricco e potente, con un suo feudo e con complicità, un personaggio influente che nemmeno l’ammonimento di fra’ Cristoforo “verrà un giorno”, riusciva a scalfire per un gesto di cambiamento dentro il suo cuore. La narrazione manzoniana si inseriva nella lotta tra il bene e il male dove alla fine a trionfare è il primo. Mi ha sempre colpito il religioso, fra’ Cristoforo, era uno dei pochi a rompere il muro del silenzio, distante da un osmosi con l’ambiente, a non aver paura, e con coraggio non esitava a denunciare l’ingiustizia, con i pochi strumenti che aveva a sua disposizione per opporsi con determinazione al male, mentre agli altri interessava il quieto vivere.

Questo romanzo mi ha fatto venire in mente una “maledizione” contro i meridionali e i calabresi: l’omertà, un fenomeno che ha radici nel sociale, diffuse e profonde, una forza potente che spesso prende il sopravvento. È uno dei tanti stereotipi, si sa, essi hanno una forza, costruita nei secoli, con il quale occorre fare i conti e liberarsi. L’omertà è uno dei “tre pregiudizi” secondo il filosofo Isaia Sales (Cfr. Storia dell’Italia mafiosa, 2015, pp. 443), “causa dell’invincibilità delle mafie che sta nel silenzio delle vittime e dei testimoni, dell’attitudine a non collaborare con la giustizia e con gli uomini dello Stato”. In realtà, sempre lo stesso Sales, cerca di smontare questo pregiudizio che ha resistito all’usura del tempo e di cui ormai si è assuefatti. Innanzitutto, sostiene il Sales, “non è solo un marchio del cittadino del sud ma anche del nord” dove si sono “prodotte mentalità di comportamento un tempo sconosciute” (Cfr. E. CICONTE, ‘Ndrangheta padana, 2010, pp. 213).

Questa costruzione sociale dell’omertà, tipica del meridionale, tende a rimuovere e insabbiare situazioni ed eventi mortificanti per il singolo e per la società, non nasce spontaneamente, ma è generata dalla popolazione per paura e per mancanza di fiducia e per un deficit di legalità. Nel caso mafioso, di cui la mentalità meridionale non è esente, l’omertà è dovuta ad una serie di cause, tra i quali l’insufficiente credibilità degli ordinamenti statali, delle istituzioni e di chi li rappresenta. Questo atteggiamento si alterna con la fiducia, quando a combattere il crimine e le situazioni di illegalità c’è un vero impegno che aiuta a riacquistare forza. Sales, spiega, che “la paura è normale quando si è esposti ad un potere violento”, anche se a volte c’è anche una certa compiacenza e complicità, un surplus che scoraggia a collaborare con le forze dell’ordine. L’omertà è tale da definirsi quale “silenzio dominante”, – soprattutto quando coinvolge la testimonianza cristiana -, che si ravvisa in diverse circostanze sociali e culturali, quasi un “assenso civico”, per paura di ritorsioni e di emarginazioni, oppure perché culturalmente e psicologicamente si è predisposti ad un conveniente opportunismo, nel quale si rinuncia per il timore di perdere riconoscimenti e sicurezze. L’omertà è un comportamento che ha le sue sfumature, i suoi dettagli e le sue suggestioni, specialmente in un contesto provato dalla mentalità mafiosa, laddove l’incoerenza di vita è pagata dall’“individualismo e indifferenza” (V.L. MANULI, Chiesa, giovani e ‘ndrangheta in Calabria, 2018, pp. 534), che dischiude alla prepotenza e all’arroganza del simbolico don Rodrigo.

In Calabria si parla tanto di legalità, si teorizza la legalità, si “campa” di legalità, tuttavia non è gridandola che si scuotono le coscienze, ma riflettendo insieme, si possono porre fondamenta per fare “rete assieme” e contrapporre dei segni precisi, non fuggendo ma tuffandosi dentro la storia. Lo stereotipo o il pregiudizio dell’omertà non è solo una “maledizione”, è anche una problematica da cui si può uscire, senza minimizzarlo ma dilatarlo, iniziando a “non tacere” davanti ai vari don Rodrigo, di sapersi sostenuti dalla società, che non si è soli, che c’è una comunità, pensando che l’onestà e il coraggio pagano sempre. Un fatto è certo, l’universo mitico si alimenta con le azioni e i comportamenti, la forza e la sua potenza dipendono dai singoli e dalla comunità, dall’aderenza o meno all’immaginario collettivo, e di fronte a questo “potere”, che non fa spazio alla verità, sta a noi scegliere da quale parte stare, quale via percorrere, e quali semi di bene o di male piantare, per costruire o distruggere.

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