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Morte e Aldilà nella storia e nelle religioni Riflessione di Domenico Caruso

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di Domenico Caruso

Il problema della morte incute inquietudine e spavento. Pur se banalizzato dai mezzi moderni, si ricorre ad eufemismi come “è mancato, è deceduto” per indicare il trapasso di una persona.
Nella società agricola del passato il decesso si annunciava come un evento pubblico a cui partecipavano amici e parenti, oggi – invece – tende a diventare sempre più privato. Sono tanti a concludere la loro esistenza da soli, negli ospedali o nelle case di riposo dove si allestisce la camera ardente e ci si affida alle agenzie del settore per disfarsi della salma.
La morte, nella cultura attuale, è un tabù: non si accetta nemmeno a pensarci. Eppure essa risalta nella scelta della droga e in altre pericolose occasioni.
Fin al secolo scorso in Calabria veniva sospesa ogni attività familiare alla morte di un congiunto che veniva deposto di fronte all’uscio di casa. In segno di lutto si addossavano i mobili alle pareti, si coprivano gli specchi con drappi, si socchiudevano le aperture.
Dopo la vestizione del cadavere, si accendevano quattro ceri agli angoli del feretro ed al suono delle campane si dava notizia del decesso.
Un adagio popolare ricorda:
«Non c’è matrimonio senza “chiantu”, né morto senza “cantu”».
La donna più prossima di parentela si strappava i capelli accanto al defunto e con una nenia ne tesseva le lodi, mentre le altre rimanevano in religioso silenzio. Non mancavano le prefiche amiche a prender parte, senza compenso, all’encomio del morto. L’uso dello svellersi i capelli e del lamento funebre era diffuso in diverse popolazioni del Mediterraneo ed anche fra gli Ebrei.
Così, nel canto XIX dell’Iliade si legge:
«Come vide Brisëide del morto
Pátroclo le ferite, abbandonossi
Sull’estinto, e ululava e colle mani
Laceravasi il petto e il delicato
Collo e il bel viso, e sì dicea plorando:
Oh mio Patróclo! Oh caro e dolce amico
D’una meschina!» … (Omero, trad. Monti, vv.281-287)
In chiesa al termine della cerimonia religiosa ancora si stringe la mano ai parenti del defunto, separatamente gli uomini e le donne.
Il concetto dell’Aldilà è connaturato all’uomo di ogni tempo e cultura, il quale ha sempre cercato di dare una risposta al mistero della vita.
Fin dal Paleolitico Superiore, al bisogno di inumare i cadaveri venne associata una componente spirituale.
Fra le religioni politeiste, che seguirono, annoveriamo nel IV millennio a.C. quella dei Sumeri nella Mesopotamia Meridionale. Per detti popoli, dal mare si generarono il cielo e la terra e da questi nacquero gli dei immortali che crearono gli uomini con sangue e argilla. Al fine di ottenere le grazie celesti si offrivano sacrifici animali, vini ed altri prodotti. L’universo visibile si presentava come una semisfera (An-Ki, dove An era il cielo e Ki la terra). Kur (il paese del non ritorno, quello degli inferi), era sottoterra. Gli stessi credevano nella vita dopo la morte, per cui alla sepoltura dei loro capi univano oggetti personali. I defunti giungevano alla loro dimora sottoterra spogliati d’ogni ornamento o attributo relativo al rango sociale.
Verso il 2000 a.C., nel Messico del Sud, il misterioso popolo dei Maya credeva che gli uomini fossero costituiti da corpo e da spirito. Adorava oltre 160 divinità alle quali offriva sacrifici animali e umani. Là costruì delle piramidi: la più alta, dedicata al Sole, è alta 75 metri.
Nel 330 a.C. gli Egizi, che dovevano la loro prosperità al Nilo, adoravano il dio Sole e Osiride. Essi riservavano molta importanza alla vita dopo la morte.
Per i Greci ogni realtà dell’uomo e della natura veniva incarnata dagli dei che si comportavano come le persone. Il trapasso consisteva nel passaggio dal mondo terrestre a quello sotterraneo. L’anima, uscendo dalla bocca del morto, si dirigeva agli inferi. Era d’uso lavare il cadavere, massaggiarlo con unguenti e balsamo, avvolgerlo in morbida tela e trasportarlo con un carro per essere consumato dal fuoco. Le donne di famiglia seguivano il corteo intonando lamenti funebri. Raccolte e cosparse di grasso, le ossa venivano – quindi – poste in un’urna.
Le maggiori religioni figurano: l’Induismo, l’Islam, il Giudaismo e il Cristianesimo. Il Buddismo è una disciplina spirituale che assunse i caratteri di dottrina filosofica.
L’Induismo conta più di 4000 anni e più che una religione rappresenta un codice d’insegnamento di vita a cui si aggiunge l’amore verso tutte le creature. Riconosce molta importanza alla meditazione e alla contemplazione delle verità interiori.
La popolazione era divisa in caste (abolite dalla legge nel 1950).
Per l’Induismo, col sopraggiungere della morte l’anima di ogni individuo trasmigra nel corpo di un neonato nel quale trascorrerà un’altra esistenza. Al termine passerà in un nuovo corpo, e così via. Ogni reincarnazione avverrà secondo un preciso criterio: se durante la vita l’individuo si è comportato bene verrà premiato e rinascerà in una casta più alta, più vicina al dio creatore Brama.
I primi inni vedici (circa 1400 a.C.) sono associati ai rituali funebri e descrivono l’individuo composto da tre entità separate: il corpo, l’asu (principio di vita) e il manas (sede della mente, delle emozioni e della volontà).
Il Buddismo fu fondato da Siddhartha Guatama (nato in India nel 600 a.C.) il quale, abbandonata la vita lussuosa, ricercò l’illuminazione attraverso l’austerità.
In comune con l’Induismo presenta: la reincarnazione, il karma, la maya e la tendenza a comprendere la realtà con un orientamento panteistico. Il Buddismo offre un’elaborata teologia di divinità: vi sono atei, panteisti e teistici. Quello classico, non esprimendosi sulla figura divina, è da ritenersi ateo.
La religione islamica, fondata nel VII secolo dopo Cristo da Maometto (570-632 d.C.), è monoteistica e profetica. L’Islàm (che significa “sottomissione ad Allàh”) è il Codice di vita, fondato sul Corano e sulla Sunna (“pratica di vita”) del Profeta.
Maometto, pur considerando l’anima come il sé essenziale dell’essere umano, faceva parte alla tradizione giudaico-cristiana per la quale il corpo fisico era elemento della vita ultraterrena.
Secondo l’Islàm la condotta di vita sulla Terra influisce sul destino dell’anima: ci sono promesse di un paradiso e moniti di un luogo di tormento.
I cinque pilastri della religione sono: la professione di fede ad Allah, la preghiera individuale e collegiale, il digiuno nel mese del Ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca una volta l’anno e l’elemosina (legale) – una tassa che i fedeli benestanti versano per i “fratelli” bisognosi.
Il Giudaismo è un termine usato per la storia del popolo ebreo, definito in italiano “Ebraismo”.
È la più antica religione monoteistica, che ha avuto inizio 4000 anni fa, allorquando – secondo la Bibbia – Dio strinse l’alleanza con Abramo, uno dei tre fondatori. Gli altri sono Isacco (figlio di Abramo) e Giacobbe (figlio di Isacco).
Il testo sacro narra la storia del popolo ebraico dalle sue origini fino alla ricostruzione del secondo tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 516 a.e.v. (avanti l’era volgare). Per quaranta anni, appena libero, detto popolo attraversò il deserto (con Mosè liberatore che ricevette le Tavole della Legge) e finalmente, condotto da Giosuè (il successore) giunse nella Terra Promessa; qui le dodici tribù si stabilirono in diverse zone della Palestina.
L’Ebraismo fonda la sua esistenza sulla Rivelazione e sull’Alleanza di Dio, nonché sui principi da seguire affinché questa non venga meno. All’epoca era diviso in partiti o sette: Farisei (fedeli alla legge giudaica), Zeloti (sostenitori di una radicale opposizione ai Romani), Sadducei (disposti ad accettare il dominio romano purché venisse garantita la libertà religiosa), Esseni (il gruppo più spirituale; gli uomini conducevano una vita ascetica), Samaritani (poco più che pagani, ai quali gli altri partiti si opponevano).
L’Ebraismo tradizionale riconosce un Aldilà, anche se enfatizza il mondo terreno piuttosto che l’altro. Lo Sheol designava un ambito sotterraneo in cui i morti conducevano una vita letargica, equivalente all’Ade dei greci.
Nell’Etica dei Padri si afferma: «Un’ora di penitenza e di buone azioni in questo mondo valgono più della vita del mondo a venire, ma un’ora di serenità interiore nel mondo a venire è migliore della vita di questo mondo». Secondo gli Ebrei la venuta del Messia non si è ancora manifestata.
Il Cristianesimo ebbe inizio dalla predicazione di Gesù (che visse in Palestina tra il IV a.C. e il 30 d.C.). Egli non lasciò nulla di scritto, ma i suoi insegnamenti furono raccolti dai seguaci nel Nuovo Testamento e soprattutto nei quattro Vangeli.
La Risurrezione di Cristo segna l’evento unico e straordinario che investe la storia e il destino dell’uomo. È la vittoria del peccato sulla morte, il fondamento e la sintesi della Fede Cristiana.
San Paolo afferma: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed anche la vostra Fede». (1Cor 15: 14)
A chi gli chiede come risuscitano i morti, l’Apostolo risponde:
«Stolto, ciò che tu semini non prende vita se prima non muore. […] Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di un uomo e altra quella di un animale […] Vi sono corpi celesti e corpi terrestri; altro è lo splendore dei corpi celesti e altro quello dei corpi terrestri. […] Così anche la risurrezione dei morti: si semina nella corruzione, si risorge nell’incorruttibilità; […] si semina nell’infermità, si risorge nella potenza». (1Cor 15: 36-43)
Per i filosofi cristiani ogni anima è creata da Dio per essere individuale e immortale.
Dal punto di vista platonico il corpo è uno strumento usato dall’anima.
La dottrina tradizionale sostiene che, subito dopo la morte, l’anima compare innanzi al tribunale di Dio per render conto di tutto ciò che ha fatto, detto e pensato, subendo il cosiddetto giudizio particolare.
La forza salvifica introdotta da Dio, per mezzo dell’Incarnazione del Figlio e della sua Risurrezione, è la novità universale e permanente. Dio ha preso in Cristo la storia umana in modo nuovo per condurla alla piena realizzazione.
Nei testi biblici non di rado si fa riferimento alla sopravvivenza dell’anima:
Dopo la morte, a Saul parlò l’anima di Samuele le cui predizioni si avverarono. È chiaro che non si trattava di un falso demone. (1 Samuele 28,3-19)
Al momento della Trasfigurazione a Gesù apparvero Mosè ed Elia. Elia fu rapito in cielo con il suo corpo (2 Re 2,1-13). Mosè morì a 120 anni nella terra di Moab (Deuteronomio 34,5-7). Durante la trasfigurazione di Gesù, ai discepoli «apparvero Mosè ed Elia in atto di conversare con lui». (Matteo 17,3).
Le anime di Abramo, del povero Lazzaro e del ricco avaro si mostrarono dopo la morte. (Luca 16,19-31)
«In verità ti dico: oggi, sarai con me in paradiso», rispose Gesù al ladrone pentito sulla croce. (Luca 23,43)
Lo spirito di Gesù, tra la morte e la resurrezione, «andò a portare l’annuncio anche agli spiriti nella prigione». (1 Pietro 3,19)
A Giovanni «All’apertura del quinto sigillo, sotto l’altare apparvero le anime di coloro che sono stati uccisi a causa della parola di Dio e della testimonianza da loro data». (Apocalisse 6,9)
Anche la Resurrezione dei corpi si rivela in modo esplicito:
Dopo il forte grido emesso da Gesù in croce, «le tombe si aprirono e molti corpi dei santi che vi giacevano risuscitarono», per entrare nella città santa ed apparire a molti.
(Matteo 27,52-53)
Gesù rispose ai sadducei, che non credevano nella risurrezione: «Che i morti risorgono, lo ha affermato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice che il Signore è Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Quindi Dio non è il Dio dei morti, ma dei viventi, perché tutti vivono per lui». (Luca 20,37-38)
La resurrezione dei morti fu rivelata da Gesù: «Viene un’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri ascolteranno la sua voce [del Padre] e coloro che ne hanno fatto il bene ne usciranno per la risurrezione della vita». (Giovanni 5,28-29)
Disse Gesù: «Chi si ciba della mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». (Giovanni 6,54)
Paolo spiegò la resurrezione del corpo e biasimò coloro che non ci credono: «Se Cristo non fu risuscitato, è vana la nostra predicazione, vana la vostra fede». (1 Corinzi 15,12-57)

Domenico Caruso
(1 – continua)

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