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Ognuno è perfetto, soprattutto nella diversità Riflessione di don Leonardo Manuli

Ognuno è perfetto, soprattutto nella diversità Riflessione di don Leonardo Manuli
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La scorsa settimana, la tv pubblica nazionale Rai uno, ci ha regalato delle serate di intensa umanità, nella serie del film Ognuno è perfetto. Ogni tanto, la tv, ha una riserva aurea di umanità, nel quale fa riflettere la diversità, quale esperienza della vita quotidiana per vivere l’unità, nella direzione di senso di un orizzonte culturale e sociale più umanizzato. Sto parlando di una parte di umanità, che a volte non ha cittadinanza, è debole, fragile, vulnerabile. Esistono, purtroppo, anche spettacoli televisivi che sono svuotati di contenuti di prossimità, non educano, immersi nella modernità della competizione, nel quale “l’altro è eliminato perché è debole, quasi avesse una colpa, un capro espiatorio” (L. ZOJA, La morte del prossimo, Milano 2013, 36).
Il film in questione, interpretato da alcuni ragazzi e ragazze che hanno la sindrome di Down, ha mostrato che i talenti non sono a disposizione di pochi, e soprattutto, possono essere valorizzati da chi vive una condizione di minorità, e sono capaci di dare molto, in termini di amore, di umanità, di affetto e di semplicità.
Mi ha colpito una frase di un’artista televisiva, scomparsa qualche tempo fa: «La fragilità non è una debolezza ma è la condizione dell’essere umano, è proprio lei che ci protegge», afferma Nadia Toffa, nel suo libro Fiorire d’inverno (Milano 2019, pp. 142). Abbiamo tutti l’imperfezione, tutti siamo feriti, opachi, duri, spinosi, è il punto di partenza dove è possibile cominciare e ricominciare, elogiando l’essere fragili e vulnerabili. Non c’è uomo o donna, giovane o anziano, che nell’esperienza quotidiana, non vive una condizione di vulnerabilità, di debolezza, uno stato di marginalità per la società, perché si ha paura di esporre le proprie fragilità. A volte si indossa una maschera per mostrarsi potenti, e non si accetta chi è diverso, a partire da se stessi. Non saperla o non volerla riconoscere, in se stessi e negli altri, è il vero fallimento dell’umanesimo. Questa vulnerabilità è parte del nostro essere, per alcuni più evidente, ma a parte tutto ciò, ritornando a questa serie televisiva, c’è una cittadinanza che ci domandano questi nostri fratelli e nostre sorelle in umanità, una considerazione che va al di là della compassione, un riconoscimento che loro ci sono, ed esistono modalità per avvicinarsi, a partire dalla contemplazione di saper guardare in profondità.
Sono tante le barriere da eliminare nel nostro contesto definito “civile”. Accade spesso di una voluta invisibilità, la fatica a riconoscere i bisogni, soprattutto delle persone a noi più vicine. Ciò che ci rende degni di chiamarci umani, è quello di dilatare gli occhi del nostro cuore, di allargare la nostra tenda per far entrare l’altro, per poterlo accogliere, non tanto per un problema di coscienza, per fare un’opera buona, ma perché ci lasciamo ferire dall’altro, per toccare quella carne che fa venire i brividi, entrando in punta di piedi, perché la terra dell’altro è sacra.
L’imperfezione può trasformarsi in perfezione, “, ognuno ha la sua perfezione” se si riesce a allungare a tendere la mano per accarezzare il prossimo con gesti di tenerezza, avvicinandosi, evitando l’indifferenza: «Se c’è una cosa che viene ripetuta in tutta la Bibbia è la capacità del nostro Dio di non mettere le distanze e di lasciarci toccare» (L. VERDI-M. ABIGNENTE, Torniamo umani, Romena 2019, 75).
In questo mondo, di tempi difficili, ma consapevoli che i tempi li fanno gli uomini, io salverei due categorie di persone: i bambini e i poveri, i deboli. I primi, perché sono sensibili, creativi, leggeri; i secondi, perché i loro sentimenti, i sorrisi e gli abbracci, sono autentici, sinceri, e saranno loro a salvarci dalla perdita di umanità.

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