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Pensieri di fine anno Riflessioni chiaroveggenti del giurista Giovanni Cardona senza far torto all'intelligenza

Pensieri di fine anno Riflessioni chiaroveggenti del giurista Giovanni Cardona senza far torto all'intelligenza
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La più sciocca ambizione dei genitori è quella che i figli crescano intelligenti.

L’intelligenza è una qualità dolorosa; non rende felici anzi acuisce sensibilmente “l’esprit de finesse”, costituendone la misura del patimento.

Appare un paradosso, ma non lo è: non si soffre in funzione del sentimento, ma in relazione all’intelligenza, poiché i sentimenti si snodano alimentati dal pensiero.

L’intelligenza è una qualità opinabile, tant’è vero che Rudyard Kipling nel suo testamento poetico consigliava di non manifestare ad alcuno l’infinito tormento di una intelligenza smisurata: “Intelligenti pauca” (a chi sa intendere bastano poche parole).

Ciò che arricchisce veramente il pensiero non è solo lo studio, ma l’osservazione; incliti filosofi, che si dissugano nel perimetro delle loro biblioteche, valgono molto meno dell’illetterato che, errando per le vie del mondo, sappia guardarsi attorno.

Osservare vale sempre più dell’ipotesi: il libro riflette l’ipotesi concettuale; l’osservazione mostra la realtà in atto.

Certo a volte l’intelligenza umana collide con la sapienza, basti pensare che l’antica Accademia di Canicattì statutariamente sanciva la nullità delle deliberazioni che non fossero adottate all’unanimità e con la presenza alle sedute di un asino!

Ma ci si potrebbe chiedere, altresì, se l’intelligenza sia agevolata dalla ricchezza o dalla povertà.

Alcuni affermano che Giuseppe Verdi non avrebbe mai manifestato il genio se la miseria non l’avesse spronato; o l’ammasso di debiti contratti non avrebbero pungolato Honoré de Balzac a scrivere i suoi romanzi; o ancora Paul Verlaine si sarebbe dedicato solo alle donne e all’alcool, se la necessità di procurarsi denaro non avesse stimolato l’immensa vena poetica.

Ma non possiamo sottacere, per converso, come Lev Nikolàevič Tolstòj, nobilmente ricco, potette consentirsi un sabatico quinquennio della sua vita per scrivere “Guerra e Pace”; o Gustave Flaubert, agiato possidente, potette studiare, servito, in una moderna villa lambita da un tenue vento; o Henri-René-Albert-Guy de Maupassant, ricco borghese normanno, potette abbandonare il sicuro posto ministeriale per dedicarsi alla nobile arte ed alla latente pazzia, vivendo di notte e dormendo di giorno.

Ma quella che fa rabbrividire ed alimenta insulsi conati di vomito è la saccente erudizione.

L’erudizione è un gioco mnemonico, un archivio ambulante, un favo di cellette privo di miele ma pregno di fatti, date, notizie senza comunicazione tra loro: l’erudito sa tutto e non capisce nulla; il colto non sa più nulla e capisce tutto!

Ma su una cosa l’intelligenza è manifestazione in terra del Divino amplesso procreatore: la felicità.

Essere felici è un’arte per la quale occorre vocazione, ma anche preparazione, ossia l’esercizio di conservare sempre la freschezza dell’età fanciulla, uno sport, un’educazione dello spirito ma anche dei muscoli, un privilegio che prescinde dalle condizioni esterne: la felicità viene dal cuore; il cielo, il mare, i fiori, le albe, i tramonti, il miracolo della vita, sono eguali per tutti.

Concludendo Oscar Wilde ne “Il principe felice e altri racconti” asserisce “Mi piace sentirmi parlare. È una delle cose che mi divertono di più. Spesso sostengo lunghe conversazioni con me stesso e sono così intelligente che a volte non capisco nemmeno una parola di quello che dico.”

Siate felici e parsimoniosamente intelligenti e non solo per tutto il 2020 Anno Domini!

Discussione (1 commenti)

  1. Daniela

    Piacevolissima lettura, come non condividere ogni singola parola? Buon anno e grazie.

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