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“Perché ti amo”: una donna vittima di violenza si ribella Recensione dell'opera da parte di don Leonardo Manuli

“Perché ti amo”: una donna vittima di violenza si ribella Recensione dell'opera da parte di don Leonardo Manuli
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di don Leonardo Manuli

Quando mi ritaglio un piccolo spazio, eccomi accanto ai miei amici libri, raccontano storie, esperienze, alcuni ti penetrano nell’anima. Scrivere un libro è vita, è dare sfogo di sé stessi e per aiutare gli altri: «Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere», afferma Daniel Pennac. Quando si parla poi della sofferenza, chi di noi umani è esente? Eppure la sofferenza, può avere un valore terapeutico, detto in termini cristiani, è pasquale, quando ti aiuta a dare il meglio di sé, consapevoli che è sempre ingiusta e va gridata e denunciata, anche Cristo sulla croce ha emesso il grido più terribile della storia. A proposito del dolore, scriveva la poetessa Alda Merini: «Io ho bisogno del mio dolore per potermi capire», è la citazione del libro di una giovane donna camerunense, che racconta la sua storia, di vittima e di ribelle, ad un sistema culturale e di tradizioni che ha vissuto nel suo paese di origine, in famiglia con il padre, e il desiderio di libertà.

L’arrivo in Italia, in Calabria, è stata non una fuga ma la possibilità di realizzarsi come donna, scoprendo l’altra faccia triste di questa terra: la mentalità patriarcale, l’ipocrisia, dove si riproducono modelli familiari e culturali maschilisti, nel quale la donna ancora non è completamente emancipata, guardata con pregiudizi, come “la serva dell’uomo”, tenuta ad obbedire al marito, a fare figli e occuparsi delle faccende domestiche, presentando un’affinità con la cultura e mentalità di ‘ndrangheta. Questa tragica scoperta è di Yvette Samnich, nata nel 1985 in Camerun, con tre lauree, di cui una conseguita nell’Università degli studi della Calabria. Collabora con diverse organizzazioni umanitarie e socio-assistenziali, che tutelano donne migranti e vittime di violenza. La sua storia l’ha portata a mettersi a disposizione e per aiutare le donne camerunensi, fondando l’ACLVF (l’Associazione Camerunese per la Lotta contro la Violenza sulle Donne) che si occupa di donne vittime di violenza.

Il titolo del libro «Perché ti amo» edito dalla Pellegrini (2019, pp.143) è l’esperienza con uomo calabrese da cui ha avuto anche un figlio e del quale è stata oggetto di violenza, fisica, psicologica, economica, per il solo fatto di essere donna, africana, della pelle nera, una schiavitù, da cui si è liberata solo dopo un lungo periodo in cui ha attraversato l’indifferenza di chi vedeva e non denunciava, dei familiari, e grazie ad alcuni amici che le sono stati accanto è riuscita a riprendere in mano la sua vita. Pensava che in Calabria ci fosse una realtà diversa. Yvette ha incontrato il maschilismo stupido anche in Calabria, mi viene in mente una battuta feroce di George Eliot: «Certo che le donne sono stupide: Dio Onnipotente le ha create per essere uguali agli uomini», una stupidità che ha la caratteristica dell’universalità.

L’uomo di cui si è innamorata Yvette e del quale non può cancellare con un colpo di spugna le ferite subite, le ripeteva spesso: «Perché ti amo», però le faceva violenza. Ogni capitolo del libro ha un titolo, e narra la sottomissione della donna all’uomo, l’indifferenza della gente attorno, la complicità con il male, il suo tortuoso cammino psicologico e di liberazione, l’abbandono, la solitudine, rabbia, che l’hanno condotta a fare i conti con sè stessa, a proteggere il suo bambino, e alla fine di aiutare tante altre donne: «È quando la vita ti mette alla prova che emerge la forza che hai e che non immaginavi di avere. Non tutte le tempeste arrivano per distruggerti la vita. Alcune ripuliscono il tuo cammino. Non permetterò più ad un uomo di dirmi di fare silenzio e non accetterò il ruolo della donna che deve stare a casa e badare ai figli. Sono libera e padrona del mio corpo e delle mie scelte» (p. 131).

L’intolleranza del Camerun verso le donne, l’ha trovata anche in Calabria, anche se qui c’è un ampio margine di libertà. «La mia vita è diventata una lotta permanente» (p.35), e Yvette incoraggia altre donne a rifiutare ogni compromesso e accettazione passiva di tradizioni e di costumi che schiavizzano: «Il male che ricevi non ti fa crescere. Devi invece trasformarlo in positivo per poter essere più forte» (pp. 131-132). In alcuni libri, le vite vere dei protagonisti finiscono con l’essere uno strumento di conoscenza delle proprie debolezze, delle proprie fragilità, delle proprie paure di fronte al dolore, di provocazione al sistema rigido sociale, per incoraggiare le donne che vivono situazioni simili, e trasformano il dolore in un grande risorse di vita da mettere a disposizione del prossimo.

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