Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image
Torna su

Torna su

 
 

“Prima di tutto un uomo” nell’umanità disumanizzata Il libro di Palma Comandè sullo zio Saverio Strati recensito da don Leonardo Manuli

“Prima di tutto un uomo” nell’umanità disumanizzata Il libro di Palma Comandè sullo zio Saverio Strati recensito da don Leonardo Manuli
Testo-
Testo+
Commenta
Stampa

di don Leonardo Manuli

Tra gli scaffali delle librerie che spesso mi appassiono di frequentare, ho scelto di acquistare un libro, incuriosito dal titolo e dalla copertina. Il libro è un buon compagno di viaggio, nella vita e nel tempo estivo, in casa o sotto l’ombrellone. La copertina è importante, il titolo, uno sguardo all’indice, 350 pagine, poi un occhio all’autrice, in tal caso è la nipote di un grande scrittore calabrese e del novecento italiano, Saverio Strati (1924-2014), con la magisteriale prefazione dell’antropologo Lombardi Luigi Satriani, edito dalla Pellegrini. Il genere letterario è quello del romanzo, diviso in quattro parti, ambientato in un piccolo comune dell’entroterra calabrese. La narrazione spiega una storia, con confidenze personali dell’Autrice, le radici, un tessuto familiare, fatto di una umanità inquieta, intrecci di conflitti e di sentimenti, ma “Prima di tutto l’uomo”. Mi è piaciuto nello scorrere della lettura la presenza della lingua calabrese, sperto, malaerba, ‘ngarbato, futtimundindi, ogni parola ha una storia e un vissuto antropologico e culturale importante, poco valorizzate e studiate.

La Calabria non è solo ‘ndrangheta e malaffare, è montagna, boschi, panorami mozzafiato, 780 km di coste bagnate dal mare, emigrazione, disoccupazione giovanile, carenze infrastrutturali, incapacità politica di governare il territorio. Essa è il cuore del mediterraneo, una regione che ha accolto diversi popoli, e anche subito dominazioni, terra sfruttata e marginalizzata sul versante letterario e culturale, sotto i riflettori e sommersa di pregiudizi da parte di una certa intellighènzia. Purtroppo, a scuola, il “regime”, non ci ha fatto conoscere in profondità, una “Calabria pensante”, quella di Pitagora e di autori calabresi come ad esempio Corrado Alvaro, Fortunato Seminara, Leonida Repaci, Tommaso Campanella, Mario La Cava, e lo stesso Saverio Strati, che hanno raccontato quella umanità calabrese, inquieta, povera, ribelle, struggente, che hanno costruito la nostra personalità.

Un calabrese non può vivere in Calabria se non conosce le radici del suo passato lontano, la civiltà ellenica, le sue preziose colonie, la vicinanza con l’Oriente che la chiesa di Roma ha osteggiato fino ad imporre la latinizzazione, le dominazioni arabe, l’egemonia borbonica, il saccheggio dei piemontesi. Bisogna leggere e recuperare tanta storia prima di parlare della Calabria e del calabrese, oggi ancora di più c’è un segnale negativo della preparazione degli alunni e delle carenze nella lingua italiana, – qualche settimana fa ha destato scalpore l’indagine sui ragazzi che nell’esame degli invalsi sono emersi dei dati preoccupanti, soprattutto nel meridione (Cfr. A. GAVOSTO, I troppi gap territoriali e sociali che la scuola non sa più colmare, in «Il Sole 24 ore», 30.07.2019).

Mi domando che ruolo abbiano avuto anche le chiese in Calabria, nel promuovere e coltivare la cultura, la storia, l’uomo, il legame con la terra, di dissodare il terreno per costruire strategie di valorizzazione di una identità poliedrica e ricca, che diversi scrittori, oltre a quelli citati, e poco conosciuti e studiati hanno cercato di raccontare. I viaggiatori stranieri che hanno attraversato la Calabria, sono rimasti meravigliati della sua bellezza, tanto per citare Edward Lear, Norman Douglas, Gerhard Rohlfs, al contrario dei calabresi, e delle istituzioni territoriali che non si impegnano per promuovere luoghi e storie. Ritornando al libro, occorre tessere un elogio all’Autrice, perché fa emergere da questo scrigno, non solo la personalità, – direi l’umanità. –, dello zio scrittore, sconfiggendo timori e paure arcaiche, parlando di responsabilità: «l’idea che quello che vien chiamato destino non è pensato e scritto da una mente fuori di noi, ma è dentro di noi, nella nostra storia» (p. 36). Chi è stato quest’uomo, si chiede la Comandè, confessando ricordi intensi e profondi dello zio. La creatività dell’autrice è nella terza parte, quella più densa, dove racconta in un microcosmo di affetti, di storie, di sentimenti, di legami forti con la terra, vicende che segnano la vita di Strati, qui è cresciuto, e «lo scrittore è lo specchio della società», diceva G. W. Hegel.

L’Autrice usa alcuni argomenti quale pretesto narrativo, per sviscerare la famiglia segnata dal legame alla terra, i caratteri difficili, i destini, partendo da lontano: «A me interessa l’uomo con tutti i suoi desideri e bisogni», affermava Strati, cioè, «Prima di tutto un uomo», dietro al quale c’è una storia, un animo profondo, una realtà ancorata alla mentalità calabrese, alla terra, al pensiero filosofico, alla passione, quell’uomo, che è un suolo santo, un mistero, che va rispettato, e chi ci si accosta, deve entrare in punta di piedi, togliendosi le scarpe, e a piedi nudi chiedere il permesso di entrarvi.

Partecipa alla discussione