Quel che (non) ci mancherà delle processioni | ApprodoNews
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Quel che (non) ci mancherà delle processioni

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Dopo la stop sine die deciso dal vescovo di Oppido-Palmi, breve rassegna di alcuni aspetti che – non sempre e non dappertutto – caratterizzavano queste funzioni religiose

di DON SALAZZAR

Quel che (non) ci mancherà delle processioni

Dopo la stop sine die deciso dal vescovo di Oppido-Palmi, breve rassegna di alcuni aspetti che – non sempre e non dappertutto – caratterizzavano queste funzioni religiose

 

di Don Salazzar

 

I componenti del Comitato festa che con insistenza bussavano a soldi in tutte le case, con tanto di passo e ripasso. E facevano a gara a chi raccoglieva di più, spennando la gente.
I componenti del Comitato festa che scrivevano su un quaderno la cifra che veniva offerta, in barba a ogni privacy.
I componenti del Comitato festa che se avanzavano soldi dalle spese magari li tenevano in banca per l’anno prossimo, ma perloppiù finiva che ci scappava la pizza e la birra alla spina per tutti loro.
I componenti del Comitato festa che se il fuoco non durava ininterrottamente per almeno mezzora era stato un fallimento. E l’anno seguente si chiamava un altro.
Le processioni che iniziavano a mezzogiorno, d’estate, sotto la canicola, E il miracolo consisteva nel non svenire.
Gli spinati.
IL Santo che usciva tra il fragore dei botti, il suono della banda, i battimani e il pianto impaurito dei bambini che copriva tutto.
La banda che all’uscita e all’entrata della Madonna intonava sempre la marcia di Radetzky, ignorando che il generale austriaco a Milano, nel 1848, le suonò di santa ragione ai rivoltosi Italiani.
I bandisti che sul più bello interrompevano di suonare per correre a dissetarsi alla prima fontanella per poi ricomporsi caoticamente e magicamente riprendere da dove avevano lasciato.
Le graziose ragazzine della banda che, in terza fila, fingevano di suonare il flauto.
L’anziano falegname che chiedeva sempre alla banda di eseguire Cuore abruzzese, la marcia sinfonica composta dal maestro Nicola Orsomando, per far capire che lui se ne intendeva dato che in gioventù aveva suonato i piatti.

I fedeli che sgomitavano per stare il più vicino possibile alla banda.
I devoti che facevano la processione prendendo tutte le scorciatoie possibili.
Il parroco in testa alla processione, che, dopo cinque minuti dalla partenza, cominciava a guardare l’orologio.
Il chierichetto che, dopo cinque minuti dalla partenza, cominciava a sbadigliare.
Le pie donne della parrocchia, che, in fila per uno, ai due lati della strada, innanzi a tutti, cantavano T’adoriamo Ostia diviiiina t’adoriamo Ostiiiiia d’amor, sforzandosi di coprire il profano suono della banda.
I più bei fighi delle associazioni di volontariato che, in fila anche loro, spingevano i disabili in carrozzina per dimostrare che, benché sani e pieni di vita, comunque riuscivano a compenetrarsi.
La riffa della macchina, che veniva sempre vinta da uno di Torino.
Le mamme coi bambini in passeggino, stracodati dal caldo, dalla polvere e dalla confusione, che si raccontavano i patuti.
I portatori, che c’era chi faceva sforzi sotto il peso della Vara e chi faceva finta di portare perché era il più basso .
Il portatore che, per esaudire un voto, reggeva la Vara senza la protezione del cuscino, mostrando poi a tutti le vistose piaghe alla spalla.
I portatori che se accennavano a fare l’inchino la pesante statua di pietra gli scivolava addosso facendo una strage.
I fedeli che attaccavano con la spilla i soldi nello stendardo, sventolando a lungo la grossa banconota sotto gli occhi dei presenti,
Il maresciallo dietro la statua, che mai avrebbe abbandonato la processione, neppure per fare pipì.
Il sindaco pro tempore con la fascia tricolore (che quando non era più sindaco finiva di seguire le processioni).
Il sindaco che portava la Vara negli ultimi 10 metri per farsi ben volere dai paesani.
Il presidente dell’Azione cattolica che recitava il rosario al microfono, sporgendosi vistosamente dal finestrino di una vecchia 600, guardando a destra e a manca, spesso perdendo il filo.

La statua del Santo che, prima di essere portata in chiesa, doveva assistere ai fuochi d’artificio.
Il coordinatore dei portatori che, all’arrivo in chiesa della processione, gridava per tre volte a squarciagola Viva Maria (o Viva San Rocco o Viva San Gilormo…).

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