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Sanità, ‘ndrangheta, politica: qualcosa si salva? Recensione di don Leonardo Manuli del libro di Scura

Sanità, ‘ndrangheta, politica: qualcosa si salva? Recensione di don Leonardo Manuli del libro di Scura
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Un libro che farà discutere, un’autobiografia, quella dell’ex commissario alla sanità in Calabria, il dott. Massimo Scura, che per circa quattro anni ha avuto l’onere di capirci qualcosa in questa terra. A dir la verità, il libro, non è il primo della serie, qualcuno lo ha preceduto, ad esempio «Codice rosso. Sanità tra sperperi, politica e ‘ndrangheta» di A. Badolati e A. Sabato (Pellegrini 2012, pp. 184), dove presentano una fotografia impietosa ed estrema della nostra sanità. Il dott. Scura, adesso libero da vincoli istituzionali, forse per difendersi da una gestione “difficile” e per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, non salva nessuno, come quello stillicidio di strutture sanitarie al collasso durante i suoi anni, responsabilità non tutta sua. È la finale del libro molto interessante, quasi in forma di pietas: «Care calabresi e cari calabresi. Ora conoscete tante cose in più. Non possiamo più far finta di nulla. Dobbiamo reagire, la Calabria è nostra, non di altri».

L’autore, secondo la sua prospettiva, affida alla carta ricordi personali, esperienze, denuncia connivenze, omertà, la politica clientelare, gli sperperi e gli indebitamenti, soprattutto la classe politica calabrese, incompetente e definita il “partito del non fare”. «Calabria malata» è il titolo, il sottotitolo, «Sanità, l’altra ‘ndrangheta», 247 pagine, quattordici capitoli, edito dalla Pellegrini e una copertina molto suggestiva, quel rosso che rinvia a poliedriche interpretazioni, soprattutto in Calabria, dal “novellino scrittore”, come si dichiara lui stesso. È a conoscenza di tutti che la sanità in Calabria, la qualità della vita è “invivibile”, e questo nuovo testo, soprattutto perché scritto da chi ha cercato di dare una svolta, è esperienza di un commissario contestato, che ha avuto la missione di far quadrare i conti, di tagliare, di chiudere ospedali, di bloccare sovvenzioni agli ambulatori e laboratori privati. La Calabria è ancora in attesa di un “messia” che gli apra gli occhi, il dott. Scura, non conosce la bellezza e la tragedia di questa regione, sicuramente sarà capitato nel posto sbagliato, ma chi può salvare la Calabria? Noi calabresi ci abitiamo tanto bene che non avvertiamo ormai nulla di nuovo, dove si vive uno stato di assuefazione e di indifferenza e tutto ci sta bene. Ma non è così! Di chi è la responsabilità della Calabria malata? Tempo fa, ho ascoltato al telegiornale un’intervista locale, dove il sindaco di un comune se la prendeva con il presidente della regione, questi a sua volta con il governo di Roma!

Affacciandoci su alcuni capitoli del libro, l’autore inizia con una captatio benevolentiae, “un grande atto di amore”, parlando delle sue origini calabresi, del suo amore per la Calabria e poi una serie di denunce, di contrasti avuti con la politica regionale e quella nazionale, e l’ultima “battaglia finale” con la ministra Grillo con tanto di lettera al presidente del consiglio Conte, non risparmiando critiche alla chiesa calabrese: «Anche la Chiesa è poco attenta (in alcuni suoi esponenti) a non esporsi in affari non sempre chiari e trasparenti, sorda ai richiami evangelici», dove cita strutture appartenenti a qualche diocesi la cui gestione presenta intrecci oscuri e problematiche non in linea né con il vangelo e nemmeno con la legge che dal pulpito parla di legalità. Per il dott. Scura, il cuore del problema è il fenomeno della ‘ndrangheta con interessi in diversi settori, e nelle amicizie con la politica nel quale ha la forza di spostare una fetta consistente di voti che per la politica clientelare rappresentano un favore da ricambiare con assunzioni ad amici, parenti e conoscenti.

Nel libro, l’autore rende conto di incontri, di circostanze, dove dichiara che i problemi della sanità calabrese non si risolvono cambiando commissario: «La Calabria è una regione violentata in continuazione proprio da chi dovrebbe amarla». Il nocciolo della questione secondo lui è “scardinare nei luoghi di potere, un dinamismo mentale e culturale”, non solo economico e organizzativo nel quale: «Ancora oggi tutti fanno finta di non capire che il primo problema della sanità calabrese e di tutta la Calabria è di natura etica. Ma ormai ci si è talmente assuefatti a ogni forma di violenza e intimidazione che tutto diventa norma e silenziosamente accettato». È alla luce del sole che in Calabria non c’è il diritto alla salute, siamo in attesa di un nuovo messia, una illusoria speranza che non deve far dimenticare i disagi di tanti ammalati e di tante famiglie, di chi non ha più fiducia nel sistema sanitario calabrese, nonostante la buona volontà di qualche medico e professionista che lottano e ancora credono nel valore dell’uomo e nella cura di chi ha un volto e un corpo che grida umanità.

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