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Se tutto va bene, siamo già rovinati! La violenza sarà sempre generatrice di violenza, in un mondo dove il tempo è più veloce del tempo stesso

Se tutto va bene, siamo già rovinati! La violenza sarà sempre generatrice di violenza, in un mondo dove il tempo è più veloce del tempo stesso
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In un mondo fatto di tatuaggi e tatuatori sia sulla pelle che nell’anima, dove si gode con un “enjoy” e un Aperol spritz per darsi un tono. Tra le mode strampalate di una Samara di periferia dal provincialismo acuto e di tifosi (malati) per una partita di calcio che criticano chi legge libri, dove la cultura è l’essenza dell’esistenza mentre il tifo è l’essenza dell’arroganza mista al fanatismo. C’è un mondo che percorre strade del tempo velocissime le quali hanno direzioni non ostinate e contrarie, ma omologate al contesto e omologabili con babbei in smartphone.
E mentre “tutto scorre”, tra zitelloni in cerca di gloria e acidità in cerca di marito, come se quel tempo non appartenesse a loro, ma sempre più a un museo delle cere fatto di arroganze che dovrebbero essere vergogne. Accade che un bambino di tre anni di origini marocchine viene aggredito da un uomo violento che poi si scopre essere fratello di un camorrista, ma quest’ultima cosa conta ben poco, seppur l’eco nazionale ne risalta la notizia. Ma quello che più indigna è la violenza in sé che si sviluppa in modo facile, come se essere di diverso colore autorizza l’esaltazione delle “bestie” di arrogarsi il diritto a fargli del male. Come se fossimo autorizzati. E questo è anche figlia degli ultimi tempi, anche grazie a certi politici ed ex ministri che stavano traghettando il paese in una forma di deriva democratica. Con una propaganda cavalcante la lunghezza d’onda del dissapore per trarre consenso.
Nessuno dice che la colpa sia di Salvini come in tanti hanno voluto sottolineare per l’intolleranza razziale in un paese civile e democratico come l’Italia, ma solo per dire che le parole dette da pulpiti particolari, di potere, hanno un peso sulla società non indifferente, e non pesarle si rischia oltre al linciaggio morale anche quello fisico di qualche malcapitato.
Eppure quel bambino si era solo avvicinato ad un altro bambino, cosa normalissima che fanno tutti le creature di quell’età, ma non la pensava così, l’uomo violento che spero gli verrà inflitta una pena severissima tanto da ricordarsi per tutta la vita, come un atroce rimorso, quello che ha maledettamente ha fatto.
E mentre in Calabria si gioca un’altra partita quella di un governatore uscente che non si vuole farsi una ragione perché escluso dai giochi elettorali dal suo stesso partito, in Italia si fa un governo, viene nominato un ministro, all’agricoltura, che ha come titolo di studio solo la terza media e già a riempierla di insulti. Dal suo aspetto fisico fino al suo abbigliamento come se fossimo autorizzati a inveire gratuitamente con chiunque. Come se l’insulto fosse una condizione necessaria per esprimere un dissenso, quando così non è, e non deve essere assolutamente. Eppure Teresa Bellanova è stata una paladina sindacale contro il caporalato nella sua Puglia per lo sfruttamento dei braccianti agricoli. Mentre oggi i ventenni bevono cocktail, si fanno il tatuaggio alla moda, si vestono a volte con abiti improponibili che dicono di essere fashion, lei a quell’età si batteva contro una piaga che ancora oggi esiste, e che nei fatti è anch’essa una piaga mafiosa. Quale progresso culturale potrà avverarsi in un contesto del genere? Quale progresso culturale potrà essere attuato quando un giornalista del servizio pubblico utilizza parole pesanti verso un ex ministro, che sia Salvini o un altro per dire in fin dei conti delle corbellerie però molto gravi. Tra “impiccarsi da solo” e mettere in ballo i propri figli, assurdo. No, così non va bene, così portiamo alla deriva ciò che prima condannavamo, utilizzare lo stesso linguaggio è peggio di chi lo perpetra quando viene combattuto. Si batte con le idee con la violenza, sia essa fisica che verbale.
Ma se a tutto ciò aggiungiamo l’indifferenza essa stessa diviene più pericolosa della violenza stessa. Non esiste tolleranza alla violenza, essa dev’essere propedeutica alla rieducazione culturale perché quella sociale non basta più.
I tempi sono cambiati, sembrerebbe una sciocchezza ma alcuni valori nati attraverso le musiche di ogni tempo aiutano a far crescere con la consapevolezza di migliorarsi. Fino a qualche decennio fa, si ascoltava De Andrè, De Gregori, Dalla, Guccini, cantautori che parlavano di rivoluzioni con la poesia e da quei versi traevi un beneficio anche psicologico. Almeno quelli della mia generazione che abitavamo in un Rione che giocavi e vivevi con spiccioli di umiltà e civiltà, ma poi ti spostavi in un’altra zona, spacciata pure per Rione, ma non lo è perché la globalizzazione ha rovinato anche l’urbanistica, e si ascoltavano neomelodici napoletani che se leggete le parole parlano di amore e violenza, elogiano in certi casi anche la criminalità. Ecco, partendo da ciò che la cultura va rivendicata e che non è con la violenza in qualsiasi forma essa sia, si risolvono le piaghe e si fanno le rivoluzioni perché quest’ultime possono anche essere fatte semplicemente con la poesia. E la poesia è quella parte nascosta della nostra anima che ha il profumo di una rosa.

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