Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image
Torna su

Torna su

 
 

“Tanta grazia sant’Antonio”, il santo popolare La sua figura carismatica riassunta nella riflessione di don Leonardo Manuli

“Tanta grazia sant’Antonio”, il santo popolare La sua figura carismatica riassunta nella riflessione di don Leonardo Manuli
Testo-
Testo+
Commenta
Stampa

Inizio da uno degli aneddoti più conosciuti e rivolti al “santo dei miracoli”, Antonio di Padova, – al secolo, Fernando Martins de Bulhões -, di origine portoghese, discendente da una famiglia nobile. Ce ne sono tante altre storielle sul santo, che se da un lato incuriosiscono, dall’altro rischiano di allontanarsi dalla figura carismatica e influente di Antonio, vissuto a cavallo del XIII e XIV secolo, canonizzato un anno dopo la sua morte e riconosciuto anche come dottore della chiesa. È stato uno dei frati minori più dotti del nascente ordine francescano, e “gli eventi” lo vogliono in Italia. Era partito per la missione in Marocco, ma gli imprevisti della vita lo vogliono a Messina per arrivare a Padova. Egli conobbe Francesco di Assisi, che gli raccomandò di insegnare teologia ai frati senza trascurare la preghiera, la povertà e l’umiltà. È avvincente la devozione popolare attorno a lui, diremmo che è “gettonatissimo” come santo, gode di un seguito invidiabile, perché – ecco un altro aneddoto – “se perdi qualcosa, invoca sant’Antonio e te la fa ritrovare”.

A prescindere dai racconti popolari, che colorano con un po’ di esagerazione la vita dell’uomo di Dio, Antonio per la sua epoca è stato “liberante”, in una società dove era radicale la diseguaglianza tra i ricchi e i poveri, annunziando in regno di Dio, non come spazio di potere. Il suo stile, non è solo consacrato allo studio delle scienze teologiche, intende il suo esercizio religioso come “prosociale”, attento ai mali e alle storture infrastrutturali economiche e morali, una “spina nel fianco”, anche per la chiesa del tempo. Antonio di Padova, cammina nella storia, esperto intenditore dei dinamismi sociali e culturali, predica contestualizzando il messaggio liberante della Parola di Dio, ha cura della formazione morale e spirituale del popolo. I suoi sermoni, non solo conquistavano l’uditorio, per la sua vasta e trasversale conoscenza, avevano dei risvolti sociali, sui vizi e gli inganni dell’umanità. Il racconto della vita del santo, purtroppo, si è quasi sempre concentrato sulle leggende, invece di approfondire i contenuti sostanziali della sua predicazione. Ha saputo unire al sacrificio intellettuale e spirituale, quello della carità. Non è uno che “predica bene e razzola male”, “un banderuolo,” attento alle fasce più povere, impavido nel dialogo con i signorotti del tempo, senza paura e senza inchini.

La fama del santo, è molto avvertita, non solo in Italia e nel meridione, a volte con derive folcloristiche, una “resistenza” forte nella società tecnocratica ed efficiente che si fida su calcoli razionali e su dati certi. Ancora sopravvive la pratica dell’usanza tradizionale del “voto” del pane benedetto in onore di sant’Antonio, semplice, emozionante, però ha snaturato la vera storia di Antonio, che ha fondamento su episodi dove si narra la sua vicinanza ai poveri, pensando all’alimento più importante, e che molti non potevano permettersi.

Basta questo voto per sollevare le miserie corporali? Poi si potrebbero porre altri interrogativi. Perché sant’Antonio e altri santi come san Pio da Pietrelcina o san Rocco, hanno un ampio seguito di fan? È possibile che nel pantheon degli eletti, ci sia quasi una invidia, alcuni santi sono più richiesti, altri, pensando ad un san Gaetano Catanoso oppure a santa Teresa di Calcutta, non sono interpellati, perché forse fanno pochi miracoli! Alcuni racconti che coronano la vita dei santi, esageratamente addolciti ed estranei per noi “moderni”, anche se non è possibile provare scientificamente l’esperienza di grazia del miracolo e di cui il popolo si è fatto portavoce, ancora producono, nel “piccolo resto”, un certo fascino, e non è raro sentire dagli altari omelie consunte e riscaldate. Attualizzando il suo messaggio, a quali mali di oggi Antonio donerebbe i suoi sermoni? L’insegnamento che ci ha lasciato, – e dovrebbe “romperci le scatole” – è la prossimità ai fratelli e alle sorelle, in modo concreto. In un tempo che soffre di umanità, occorre ricuperare la meravigliosa esperienza di ascolto degli uomini e delle donne, di incamminarsi in una umanizzazione feconda e generativa. Il testamento più prezioso è proprio questo, “generare alla vita”, contro spiriti mortiferi, e renderla più bella e felice.

Partecipa alla discussione