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Aspettando Godot Analisi del giurista blogger Giovanni Cardona sul caos delle soluzioni giudiziarie

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Nel giallo il problema metafisico dell’ordine si propone in tutta la sua dimensione fisica.

Svelare il mistero, scoprire il colpevole significa ripristinare l’ordine violato, ridare una misura al mondo, mettere in ordine il caos.

Nel giallo il singolo evento mette in discussione la possibilità che l’uomo ha di dare un senso alla propria esistenza, di trovare un fondamento alle cose.

L’investigatore non può tollerare il caso, altrimenti non c’è delitto.

Il giallo deve esprimere una soluzione, altrimenti è una presa in giro.

Il giallo ci distrae, ma, se lo prendiamo sul serio non è una distrazione: è una metafora della vita.

Ce lo avevano già insegnato i Greci, costruendo il paradigma della tragedia sullo stesso spartito che noi diamo al giallo.

Per la Poetica di Aristotele la tragedia per eccellenza è l’Edipo di Sofocle: il disvelamento di un enigma che avviluppa nelle sue trame chi lo ha risolto; una ricerca di identità che porta Edipo a una verità, che segna la sua fine e il realizzarsi dell’oracolo.

L’ordine riassorbe il caso e la tragedia è l’emergere dall’inatteso dal necessario: l’uomo non può sottrarsi alla concatenazione degli eventi, quanto più crede di poter diventare protagonista della scena tanto più si trova ad essere solo il personaggio, la maschera di un copione già scritto.

Lo sa, ma non se lo aspetta o forse se lo aspetta, ma deve ugualmente andare fino in fondo alla sventura, per rendersene conto, per rassegnarsi alla sua sorte, per capire.

Ma serve a qualcosa, arrivati ormai a quel punto, capire?

Se la tragedia greca si consuma nella solitudine di questa domanda, il giallo “moderno” si costruisce sulla negazione di questa necessità.

Basta vedere come Dürrenmatt rilegge la storia di Edipo nel racconto: La morte della Pizia.

Non c’è più ricerca ed investigazione, ma solo il ricordo.

Ogni protagonista ci fornisce una sua versione, pretende di rivelarci l’ordine corretto dei fatti.

La filosofia del giallo, che poi è la filosofia della vita, ci dovrebbe, portare a capire quello che i Greci si ostinavano a rifiutare; l’assoluta casualità e relatività di ogni cosa.

Viviamo nel caos, siamo condannati a costruire ordini immaginari, a dare forme a realtà inesistenti.

Vediamo quello che vogliamo, forniamo una ragione a quello che è senza ragione.

L’uomo vive per inventare gialli.

Siccome tutto è casuale, come escludere una relazione tra le tante?

Se manca una misura, se non esiste alcun ordine, dobbiamo senza sosta continuare a mettere le cose assieme, costruire gialli su gialli, ideare soluzioni che non servono a nulla “Non ci sono combinazioni impossibili. Ciascuna combinazione è possibile… Un cadavere idiota diventa un cadavere logico“.

Qui si conclude la missione filosofica del giallo, ci suggerisce Gombrowicz.

Come gli Estragone e i Vladimiro di Beckett siamo costretti a passare la vita ad aspettare un Godot che non arriva?

La lezione è semplice e tremenda se il mondo è ingiusto, se anche Dio forse consente l’ingiustizia, non dobbiamo attendere la giustizia dai tribunali, dai giudici, dai carnefici: dobbiamo aspettarcela dai derelitti, dagli sconfitti, dalle vittime, nella loro capacità di conservare la dignità di uomini, malgrado tutto.

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