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Una mela al giorno… stanno provando a levarci di torno? Ricercando le cause della perdita di fiducia nella professione medica

Una mela al giorno… stanno provando a levarci di torno? Ricercando le cause della perdita di fiducia nella professione medica
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di Natalia Gelonesi

25 Aprile. Pomeriggio di guardia. Squilla il telefono nella mia stanza: è il numero di un cellulare. “Non devo rispondere-non devo rispondere-non devo rispondere” mi dice quella vocina interiore che sa benissimo che se rispondi a una telefonata esterna saranno sempre guai, ma io, che ho una chemiotassi masochistica per i guai, naturalmente la ignoro.
“Pronto?”
“Buongiorno, vorrei parlare con la dottoressa Tal dei Tali”
“La dottoressa non è in servizio oggi”
Immediato passaggio da tono semieducato ad aggressività manifesta.
“Come!!! Sono giorni che la cerco, mi hanno detto che l’avrei trovata oggi pomeriggio”
“Guardi, non so chi gliel’abbia detto ma oggi non c’è”
E intanto saliamo un altro gradino nella scala della trasformazione in utente rabbioso.
“Io sto aspettando da un mese, mi avrebbe dovuto inviare un referto via mail, io ho bisogno di questo referto, com’è possibile!!!”
“Le posso dire quando può trovarla prossimi giorni”
“No, io sto male, devo andare dal mio cardiologo, ho bisogno del referto”
“Non so come aiutarla, al massimo posso sentirla per ricordarglielo”
L’utente non molla la presa.
“Ma com’è possibile che solo questa dottoressa può mandarmi questo referto, non me lo può mandare lei?”
Certo. Io. Solo perchè sono stata la prescelta nel prendere la telefonata.
“No, questo è un servizio di cui si occupa solo lei”
“Ah ma non è possibile che non c’è nessuno che la possa sostituire”
Sento Osho impossessarsi di me mentre sta per partirmi l’embolo della bestemmia.
“Guardi, le ho già detto che l’unica cosa che posso fare è contattarla, già sto facendo tanto perchè la disturbo in un giorno festivo.”
E qui, la memorabilità della risposta non si lascia attendere.
“E certo. Allora uno in un giorno festivo può morire”
Eccallà. Puntuale come la pioggia a Pasquetta, come un brufolo la sera di un appuntamento, come il ciclo alla vigilia di un viaggio per la Thailandia.
Incasso, prendo nota ed inserisco il referto di un esame nella lista dei presidi salvavita.
Intanto cerco di arginare la valanga di improperi, lamenti e sfoghi di malcontento.
“Guardi, se mi fa chiudere la telefonata, magari riesco a contattare la collega. Di più non posso fare”
La collega mi risponde che-ovviamente-il referto era stato mandato già un mese fa.
Ça va sans dire. Mi sono sorbita mezz’ora di giaculatoria, immolandomi a capro espiatorio dei problemi del sistema sanitario nazionale, per uno che ha fatto finire il suo referto nello spam. Mi sembra onesto.

L’episodio, solo l’ultimo in termini cronologici, e decisamente uno dei più soft, si inserisce in quel clima di totale sfiducia, dove lo stravolgimento del rapporto medico-paziente si è concretizzato in un atteggiamento di sfida perenne, quello per cui alla fine tu sei lì per aiutare il paziente ma intanto lui (o i parenti) ti studiano al microscopio per vedere dove stai fallendo. Pensando a questa e ad altre cose mi chiedevo tra me e me: “Ma quand’è successo, esattamente, che i pazienti hanno perso la fiducia in noi?”

E mentre lasciavo cadere l’interrogativo nel vuoto cosmico delle mie sinapsi, incontro una collega che, tra un commento sull’ultimo disco dei Baustelle e il resoconto della sua giornata lavorativa, mi pone, a bruciapelo, esattamente la stessa domanda.Mettendomi nell’incresciosa posizione di dover trovare una risposta. Solo che io non ho idea di quale possa essere. Perché è qualcosa che è successo prima che arrivassimo noi.

Siamo una generazione sfortunata anche in questo: siamo approdati nella realtà ospedaliera quando il periodo delle vacche grasse era finito. E non intendo in termini economici (o almeno non solo), ma anche e soprattutto in termini di numero di personale, opportunità, stabilità e rispetto. Di benessere, ma di benessere psichico, fondamentalmente. Gli anziani che hanno vissuto questa deriva drammatica della sanità possono testimoniarlo facilmente. Siamo stretti tra un presente in cui ogni giorno si trasforma in una battaglia in trincea, che ti lascia stremata, e un passato evocato da chi ha vissuto tempi migliori. Il che, dopo anni e anni di sacrifici, ci fa sentire abbastanza sfigati, devo dire.

Di sicuro la sconsiderata riduzione del personale e il blocco del turn over non hanno facilitato la situazione. Quando si è in tanti si possono fare le cose con calma e si può offrire un servizio migliore. Quando in due e bisogna fare il lavoro di sei, o qualcosa la sbagli, o qualche servizio lo devi chiudere, o a qualcuno non puoi dare retta. O vai in burn out.

Ti spremi come un limone e torni a casa con la perenne sensazione di aver dato sempre meno di ciò che potevi dare ma, soprattutto, vai sempre a dormire col dubbio di aver sbagliato, dimenticato o trascurato qualcosa.
E poi esaurita io, esaurito tu, esaurito il collega del piano di sopra, siamo tutti esauriti e ci facciamo la guerra tra poveri, un po’ per questa maledetta medicina difensiva, un po’ perché abbiamo perso la pazienza, un po’ perchè avanziamo pretese dimenticando che anche dall’altra parte c’è qualcuno che si fa in quattro come noi e che non sempre può assecondare le nostre richieste. E se si dà un immagine di conflitto e disarmonia, l’utenza lo percepisce.

O forse il problema sono le facoltà aperte di Giurisprudenza che sfornano milioni di avvocati che in qualche modo devono campare? Perché in fondo fare causa per qualcuno che è morto in ospedale è sempre facile. La gente muore continuamente: il lavoro non manca mai. Anche una certa cronaca ci mette del suo. I titoli sensazionalistici sono uno specchietto per le allodole, di facile presa, poco ingegno e massima resa. “Giovane donna muore all’arrivo in ospedale. Indagati sei medici, quattro infermieri, due OSS, la donna delle pulizie, il gatto, il topo e l’elefante”

E le allodole tutte a cantare: “Macellai!” “Devono pagare!” “Quell’ospedale deve chiudere!”, mentre si celebrano il requiem per il beneficio del dubbio e il funerale del senso critico. Perché lungi dal pensare che alcuni eventi naturali sono imprevedibili ed ingestibili, la colpa è sempre del camice bianco. Di default. Peccato che poi i dubbi che “aprono la mente”, i dubbi nobili quindi, sboccino come margherite a primavera quando si tratta di mettere in discussione anni e anni di ricerca ed evidenze scientifiche, proiettandosi come un’altra delle innumerevoli immagini che vengono fuori dal caleidoscopio della sfiducia. Sarà anche colpa del Dottor Google e del web che, come diceva il compianto Umberto Eco, ha dato parola a schiere di imbecilli?

Del resto, viviamo in un contesto sociale in cui non si vaccinano più i bambini perché qualcuno una mattina si è svegliato e ha deciso che il vaccino provoca l’autismo. In cui si è arrivati a dire che non dobbiamo prendere per oro colato tutto ciò che dice la scienza, che la Medicina va interpretata in modo critico. E questa interpretazione la lasciamo, spesso e volentieri, a gente la cui unica competenza è quella di recuperare articoli di dubbia provenienza e postarli sui gruppi delle mamme. E così la mancanza di fiducia dà vita al travolgente fenomeno delle cure “fai da te”, del limone e dello zenzero, del ricorso a guru mediatici o a guaritori improvvisati. Tanto noi siamo tutti schiavi di Big Pharma, oppure non capiamo niente.

Sarà che a volte è anche un po’ colpa di chi, questo particolarissimo mestiere, non lo fa secondo scienza e coscienza e ha messo il giuramento di Ippocrate in fondo al cassetto? Sarà anche questo, indubbiamente. Perché un minimo di onestà intellettuale ci vuole per riconoscere che non siamo una categoria perfetta, ma anche per capire che accanto a qualche mela marcia ce ne sono tantissime che ogni giorno si centrifugano cervello, anima e cuore per garantirvi la migliore assistenza possibile. E se invece di cercare il bruco, o tentare di spolparci, riusciste a vedere questo, andando oltre una buccia a volte un po’ malandata e non sempre lustra, ne gioveremmo veramente tutti quanti. Medici e pazienti.

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