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Ventisei anni fa l’attacco allo Stato con l’uccisione del carabiniere taurianovese Antonino Fava e di Vincenzo Garofalo Un disegno eversivo il quale ancora oggi non è stata scritta la parola fine, ma resta vivo l'immenso dolore

Ventisei anni fa l’attacco allo Stato con l’uccisione del carabiniere taurianovese Antonino Fava e di Vincenzo Garofalo Un disegno eversivo il quale ancora oggi non è stata scritta la parola fine, ma resta vivo l'immenso dolore
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La sera del 18 gennaio di ventisei anni fa, era il 1994, due servitori dello Stato, i carabinieri Vincenzo Garofalo e Antonino Fava, un giovane di Taurianova, una vittima della criminalità organizzata, quella “montagna di merda”, crivellando la macchina dove stavano facendo il proprio servizio di pattugliamento, con numerosi colpi di mitra.
Avevano appena finito un servizio di “staffetta” a cinque magistrati messinesi che si occupavano di mafia e raccogliere a Palmi le dichiarazioni di un pentito ed è per questo che i due militari erano di scorta. Dopo aver preso un caffè con i magistrati messinesi in quanto quest’ultimi ancora dovevano trattenersi con il pentito di mafia, un boss, Luigi Sparacio, e quindi rientrare ad un orario stabilito per il servizio di scorta. Subito dopo fecero un giro ricognitivo nel tratto autostradale tra Palmi e Scilla, e lì sulla loro strada incrociarono una macchina, quella in cui a bordo c’erano i loro assassini. Antonino Fava e Vincenzo Garofalo furono trucidati dai colpi d’arma da fuoco senza pietà, “giustiziati” e fermi a ridosso di un guard rail. Non ebbero il tempo nemmeno di reagire, tant’è che Fava fu trovato ancora con il mitra di ordinanza in mano e che non fece in tempo ad usarlo. Due servitori dello Stato morti sul campo per fedeltà al servizio, insigniti con la Medaglia d’Oro al valor militare.
Oggi Vincenzo Garofalo avrebbe avuto 60 anni, mentre Antonino Fava 63 anni, quest’ultimo poteva anche essere già in pensione, eppure oggi ricorre un anniversario di morte. Una fine che non potrà mai essere accettata dai familiari perché quella sporca piovra fatta di fogna e merda, definita mafia ha strappato per quel potere criminale ambizioso, due giovani vite in quegli anni ’80 a due giovani carabinieri trentenni.
“Un massacro” come lo definì allora il colonnello Massimo Cetola, l’allora comandante provinciale dei carabinieri appena arrivato sul posto dell’eccidio, vedendo quei corpi crivellati dalla mano assassini di mafiosi violenti senza pietà.
Vincenzo Garofalo era di Scicli in provincia di Ragusa e in quel maledetto 18 gennaio 1994 lasciava una moglie vedova e due figli, uno di tre anni e l’altro di tre mesi, il padre nemmeno lo ricorderanno, ma sanno che è stato un eroe.
Antonino Fava, ci tocca anche da vicino il dolore, essendo un taurianovese, luogo dove questo giornale ha la Redazione, lui viene continuamente ricordato perché la villa comunale porta il suo nome. E quel Antonino Fava, quella “Villa Antonino Fava” voluta dal compianto sindaco Emilio Argiroffi, dev’essere un simbolo contro le mafie e per non dimenticare che quella “montagna di merda” è viva e che non bisogna mai abbassare la guardia, sia dal punto di vista giudiziario che civile. Nessuno può permettersi di sottrarsi, c’è bisogno di tutti. E sacrifici come quello di Fava e Garofalo dovrebbero essere sempre ricordati di continuo, anche quel dolore sarà sempre rinnovato per i familiari, dovrebbero essere come punti di riferimento per le nuove generazioni perché si p “servitori dello Stato” anche quando si perisce e non si è in questa terra, la fedeltà, la garanzia della libertà e del rispetto delle regole come baluardo della legalità dovrebbero essere condizioni assiomatiche per ogni singolo individuo contro le mafie.
Anche Antonino Fava ha lasciato una moglie e due figli, Ivana di sei anni e Valerio di tre.
Oggi la figlia Ivana ha seguito le orme del padre ed è un ufficiale dei carabinieri. Del padre ricorderà quello che la stessa ha dichiarato in un’intervista, “Ci vediamo domani” seguito da un bacio sulla fronte e poi…
Quella notte uno dei killer era pure minorenne, Consolato Villani, oggi è un “pentito” che ha rivelato dei particolari di quanto accadde quella sera, affermando che fu Giuseppe Calabrò a fare fuoco contro di due carabinieri. Si doveva colpire lo Stato.
Oggi il legale della famiglia Fava è l’ex pm della “Trattativa Stato-Mafia”, Antonino Ingroia, e il quadro più chiaro lo sta consegnando il pentito Gaspare Spatuzza., confermando la strategia stragista di Cosa Nostra.
Oggi Fava e Garofalo al di là delle belle parole che si potrebbero usare in ogni contesto commemorativo non ci sono più né mai ci saranno, ma non dimenticare equivale anche a non arrendersi.

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