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Vivere o morire, con quale scopo? Riflessione sulla tematica da parte di don Leonardo Manuli

Vivere o morire, con quale scopo? Riflessione sulla tematica da parte di don Leonardo Manuli
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di don Leonardo Manuli

L’argomento che mi occupa, colpisce per l’elevato numero di suicidi, del quale alcune persone che ho conosciuto e stimato, mi spingono ad interrogandomi sul senso, anche se è difficile sulle cause, sulla finalità del gesto di porre fine alla vita, senza dar luogo ad alcun giudizio: “è impossibile avere un giudizio etico radicale sull’atto del suicidio” (P. Buhler). Purtroppo, ammettiamolo, è un argomento tabù, che forse per tanto tempo non è stato affrontato, e che viene rimosso, perché si ha paura. Chi non ha avuto propositi suicidi? Anche nella Bibbia, ci sono personaggi che esprimono pensieri suicidi, in particolare Giobbe, Mosè, Elia, Geremia, alcuni autori di salmi. Anzi, mi spingo oltre, è suicidio quando si sopprime la vita degli altri, perché eliminare un uomo o una donna, è uccidere se stessi.

“L’uomo quando non trova un senso” (V. Frankl), non ha ragioni per affrontare sul piano personale, e prova l’intenzione di togliersi la vita, una volontà di senso che lo psicologo tedesco ha sperimentato nei lager nazisti, in condizioni di sofferenza e di privazione. Occorre costatare che non c’è solo la rimozione sociale e istituzionale del suicidio, ed anche ecclesiale, mancano strategie di prevenzione e postvenzione, aiuti psicologici e spirituali, aiuti affettivi e riflessivi, senza cercare di chiarire il “per-che”. Si sa solo che c’è un mistero che circonda tale decisione, e per chi ha conosciuto queste persone c’è una grande compassione.
Tale era il grido di Giobbe, quando la finalità della vita interroga, e non si apre la breccia di un senso, ci sono situazioni senza uscita, e si acconsente che la vita si fermi: «Là nella morte chi è sfinito trova riposo» (Gb 3,17).

Il proposito del suicido, il formularlo, può sembrare paradossale, è una benedizione, le domande perchè vivere.. e per cosa, quando manca il “di più” in me, ci fa capire che la vita è inconoscibile, imprevedibile, irreprimibile, accettando di non poter conoscere tutto della vita, dell’avvenire, di me stesso e degli altri. Quando avvengono queste tragedie, ci sentiamo tutti coinvolti, ma dopo l’emozione del momento, non ci si pensa più, perché non siamo iniziati al riflettere sul senso della vita, della prossimità all’altro, della fraternità, della cura e dell’aiuto che potevamo rendere. Siamo onesti, oggi mal sopportiamo la fragilità e la vulnerabilità dell’altro e la nostra, ma non bisogna arrendersi, bisogna reagire.

Chi non è più attraversato da un senso, ritiene mal sopportabile continuare a vivere, alla volontà di non soffrire e di essere liberati si perviene ad affermarsi. Soprattutto quando l’atto del suicidio coinvolge una persona che abbiamo conosciuto e ha fatto una scelta libera e inconoscibile, ci sgomenta, cogliendoci di sorpresa, sovverte il nostro modo di vivere, perchè il male sofferto non è stato manifestato, ci spinge ad agire, a lasciarci trapassare dalla vita dell’altro. Qui siamo nel cuore dell’etica, della socialità, anche della fede cristiana, perché la domanda di un “senso alla vita”, mi giunge al cuore, sulla prossimità-responsabilità che posso fare all’altro, dell’individualismo e dell’egoismo che regnano in noi stessi.

Nella prospettiva credente, la vita è una benedizione, Dio vuole la vita buona per i viventi, Egli ci attraversa con innumerevoli soffi, anche in una pasta umana inghiottita in una vita assurda, vale la pena di vivere e di lottare, malgrado il sudore, il dolore, le spine e i rovi, incoraggiando chi ci sta accanto e il senso. Secondo me, la direzione dell’esistenze umana sta nell’espressione: “Ho visto il senso della mia vita aiutando gli altri a vedere un senso nella propria vita” (V. Frankl), facendo questo, rifiuto di ripiegarmi su me stesso, e senza saperlo, l’altro mi trascina a “scegliere i viventi, dunque la vita!” (L. BASSET, Dal non senso alla gioia, Qiqajon, p.46).

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